Nel mio lavoro ho il privilegio ogni giorno di entrare nel mio studio (o nella stanza dove svolgo settimanalmente il gruppo o dei colloqui individuali in carcere) e di accompagnare delle persone nel proprio percorso, di crescita personale, di psicoterapia, di sostegno psicologico; di assaporare il calore dell’incontro; di aiutarli ad entrare in contatto con se stessi e con l’Altro; di vedere loro esplorare il proprio mondo interno e di incuriosirsi nella scoperta delle diverse sfaccettature del proprio essere; di sostenerli/e nelle difficoltà e negli ostacoli che si presentano, aiutandoli/e ad aiutarsi; di supportarli, quindi, senza sottrarre loro la responsabilità e il timone della loro vita; di prendermi cura di loro, co-costruendo una diversa narrazione esistenziale passata, presente e futura che possa essere funzionale e soprattutto che possa trasformare la trama della loro esistenza in un romanzo che leggerebbero; di favorirli, come un’ ostetrica, nel “tirar fuori” quello che sentono e vogliono, senza elargire verità che il terapeuta, in quanto essere umano, non ha; di ammirare la bellezza del processo e della persona, che molto spesso arriva con i propri sintomi,
carica di pesi e con poco spazio per esistere, e che pian piano fiorisce, si libera dei disagi, riscopre se stessa e migliora la propria qualità di vita.

Ricomincio a vedere il mondo a colori.”
“Mi dispiace per me stessa, per tutto quello che non mi è stato dato da bambina e per quello che ho
continuato io a non darmi”
“Ora riesco a comprendere le emozioni che ho dentro, prima avevo solo un grande caos”
“Il gruppo mi ha aiutato a capire quello che voglio e a liberarmi, mi sento molto più libero ora che
nei vent’anni precedenti quando ero fuori”
queste e tante altre le esperienze raccontate dentro e fuori dal carcere.